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Spodoptera & Co.

29/8/2013

Spodoptera, Nottua gialla e Heliotis armigera; ovvero alcuni degli insetti più dannosi per la salute dei pomodori e per la felicità di chi li coltiva. È solo poco prima della maturazione, quando ormai il carico dei lavori di preparazione dell’orto via via si esaurisce e già si pregusta la festa del raccolto infatti, che i danni inflitti alle colture da questi insetti diventano visibili. Proprio oggi, infatti, passeggiando tra le piante che mostrano orgogliose i pomodori maturi e gonfi come piccoli soli, abbiamo scoperto con tristezza alcuni frutti inspiegabilmente avvizziti prima di giungere a maturazione e pomodori maturati precocemente, che al posto dell'atteso cuore rosso ne mostrano uno scuro e tumefatto. Caratteristica comune a tutti i frutti malati un piccolo forellino ben visibile sulla buccia del pomodoro e unici responsabili gli insetti citati: a pianta già adulta, depongono centinaia di uova sulle foglie delle piante da cui nasceranno voracissime larve che, scavando gallerie lungo il fusto della pianta, scenderanno nel frutto dove, cibandosi della polpa, completeranno il proprio ciclo biologico e abbandoneranno il frutto praticando una galleria e un piccolo foro sulla buccia.

Poco sapevo dell'esistenza di spodoptera e insetti simili, anche perché il clima fresco di collina non è certo favorevole al ciclo vitale degli insetti e quella di quest’anno è un’infestazione abnorme e del tutto eccezionale. Ma quel che è imperdonabile, e questo un mio fraterno amico da sempre impegnato nella coltivazione di pomodori per l’industria me lo rimprovera spesso, è il credere a un mondo che ancora sa di fiaba, in cui una natura, sostanzialmente buona, cura da sola le sue ferite e trova in se stessa le cure ai mali che l’affliggono. È imperdonabile, ad esempio, ignorare l’esistenza di insetticidi sistemici. Il mio amico esperto insegna, infatti, che la natura è un organismo vivo ma sostanzialmente debole, che l’uomo, però, ha il dovere di preservare e fortificare anche mediante l’uso di sostanze chimiche finissime, sistemiche appunto, in grado di penetrare nella pianta e di entrare a far parte dei tessuti e della linfa dove rilasciano composti letali per batteri e insetti. Ma io, purtroppo, tutto questo non lo sapevo. Forse perché l'idea di una pianta che distilla assieme polpa e molecole di veleno prodotto dall'uomo è così contro natura da rendere impossibile, per me, pensarci.

Qui in collina, la strategia della raccolta manuale ripetuta nel tempo, riduce al minimo il pericolo di perdite ingenti: nelle prime raccolte, infatti, è sufficiente scartare i pomodori malati e nelle raccolte successive bastano gli zuccheri accumulati dai pomodori sulla buccia a scongiurare ulteriori attacchi. Giù a valle, invece, nelle pianure fertili del Tavoliere, le esigenze dell'industria contro il proliferare degli insetti dannosi impongono rimedi drastici: l'impiego senza esclusione di colpi di insetticidi sistemici.
Questi ultimi, oltre a rappresentare impressionanti fattori di rischio per l'ambiente e per la salute dell'uomo, aggravano notevolmente le spese di produzione e comunque non risolvono alla base il problema poiché creano fenomeni di resistenza. L'impiego massivo di insetticidi, infatti, spesso è la condizione stessa per la selezione di ceppi di insetti resistenti all'azione dello specifico principio attivo di cui beneficia un veleno, per cui, se si vuole allontanare il rischio dell'infestazione futura, occorre inventare principi attivi sempre nuovi e tuttavia è risaputo che quelli realmente efficaci sono in numero limitato.
E tuttavia c'è dell'altro. Oggi, mentre osservavo i frutti che mostravano evidenti i segni dell'attacco, riflettevo tra me stesso che, ammesso che fosse possibile sterminare per via chimica ogni insetto dannoso, ma proprio tutti, in modo che ciascun produttore possa beneficiare in tutto e per tutto del frutto del proprio lavoro, pure non tutto a bene ne verrebbe: mancherebbe all'improvviso, quell'anello della catena alimentare che permette la sopravvivenza di animali caratteristici e spesso utili nella vita dell'uomo. Le rondini ad esempio, che, sfrecciando gaie per il cielo terso, ci liberano dall'assedio di chissà quanti insetti: chi saprebbe dire quali altre conseguenze porterebbe la loro scomparsa dai nostri cieli? La conclusione, come al solito, ha il senso di una mediazione e risiede interamente in un più opportuno senso di equilibrio: ogni buon produttore dovrebbe rendersi consapevole che il frutto del proprio lavoro non può coincidere interamente col denaro o col profitto degli uomini, ma andrebbe conseguito anche nella ricerca continua e costante di un equilibrio tra le parti: così come non è vero guadagno, ma una truffa, se il frutto che produco danneggia la salute di chi lo consuma, così non è guadagno reale se lo faccio a spese dell'ambiente che mi ospita o ai danni delle specie che insieme a me convivono sotto lo stesso cielo. Coltivare ogni spazio libero senza curarsi di animali e insetti che in realtà vivono nel terreno prima del nostro arrivo, è una prospettiva miope perché è una pratica che oltre a selezionare specie voraci delle piante utili all'uomo, erode nel contempo spazio vitale anche agli insetti utili e aumenta a dismisura la probabilità che un insetto attacchi le coltivazioni dell'uomo.

Probabilmente la soluzione è meno intricata di quanto si immagini: basterebbe recuperare il valore “simbiotico” dell’agricoltura intesa, dunque, come mezzo attraverso cui l’uomo pone in essere la propria simbiosi con la Natura. Parte della Natura, l’uomo non può negare di esserne anche l’ospite e, nell’attingere alle risorse che la Natura per lui mette a disposizione, dovrebbe rendersi consapevole del fatto che il suo piccolo benessere può derivare solo dal benessere della natura che lo accoglie ed ospita. Nella sfera della produzione l’approccio simbiotico si qualifica come il rapporto più maturo e adulto che l’uomo possa intrattenere con la Natura in quanto si origina dalla consapevolezza che ogni vantaggio che l’uomo deriva a se stesso non può prescindere da un vantaggio che l’uomo a sua volta deve alla Natura. È il grido della natura che ciascuno di noi dovrebbe sentire dentro al cuore e che urla forte: “aiutami se vuoi che ti aiuti”.

Oggi, considerato l’intenso grado di sfruttamento delle risorse naturali, la proposta di attività produttive “simbiotiche” può apparire utopia. Ma è solo seminando utopie oggi che si raccolgono realtà domani. E tuttavia l’atteggiamento simbiotico non è del tutto sconosciuto all’uomo in quanto già parte della sapienza antica. “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare” (Genesi 9). La natura viene predisposta per l’uomo affinché egli ne goda, e possa sfamarsi, ma l’atto creativo non si ferma a questa fase infatti, successivamente sempre nella Genesi il Signore chiede all’uomo la propria collaborazione all’atto creativo “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 15). 
Coltivare e custodire sono i soli verbi che esprimono le azioni che l’uomo è chiamato a compiere sulla natura; ovvero prendersi cura della terra di cui l’uomo sarà padrone solo se se ne farà servo e custodire perché custodire la terra è custodire l’uomo e perché del giardino che gli è stato affidato può disporre ampiamente ma non gli appartiene essendogli stato affidato per prolungare l’Opera Divina per sé e per quelli che verranno.

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